Le idee mi sgorgano addosso senza sosta, a ritmo continuo, e per molti anni ho creduto fosse un dono. Le stesse cose tornano, ricorrono, si moltiplicano nei pensieri. Solo molto più tardi ho capito che quel flusso, lasciato a sé, è soprattutto un modo elegante per disperdere energia.
C’erano però dei momenti in cui il flusso si raddensava in qualcosa di utile, e avevano tutti la stessa forma. Disegnare. Scrivere un articolo per la rivista. Comporre un’immagine in tre dimensioni. Scrivere un programma. Momenti in cui concentravo davvero le forze dentro un oggetto e lo limavo a lungo. Anche lì, spesso, dispersione travestita: lavoravo senza pensare a dove sarebbe finito, a chi lo avrebbe letto. L’eccezione erano i casi in cui l’oggetto trovava un destinatario. L’articolo pubblicato. Il programma venduto. E soprattutto il cliente che paga e fissa una data. La scadenza del cliente è sempre stata la cosa più efficace che conoscessi: mi rende produttivo per la ragione più stupida del mondo, perché devo consegnare.
Poi è arrivato il 2022, e con lui un compagno di conversazione instancabile. Finalmente qualcuno capace di elaborare in modo efficiente e tranquillo tutte le mie idee sparse, un vantaggio che prima non avevo. Prima avrei dovuto farlo a mano, e a mano non l’ho mai fatto.
Il guaio è che ho guadagnato un nuovo circolo vizioso, più raffinato del precedente. Si chiama espansione infinita. Ho così tante idee, e adesso ogni idea viene ampliata, ramificata, moltiplicata da un interlocutore che non si stanca mai, non ha fretta e, dettaglio decisivo, non mi chiede mai di chiudere. Ho delegato alla macchina molte cose. Quella che non sapevo di stare delegando era la capacità di fermarmi.
Mi servirebbe il movimento opposto: convergere in piccoli gesti quotidiani. Estrarre un’idea, un filone, un’intuizione, farne una sintesi, produrre qualcosa. Il gesto minimo lo conosco, è la fibra: l’idea atomizzata. Eppure anche l’atomo muore. Resta dentro la conversazione come carta morta una seconda volta, perché non lo sento mio, lo sento fatto da qualcun altro, anche quando nasce parola per parola dalla mia voce. E quando provo a rimediare mettendo ordine nelle note, cado nell’altro buco nero, gemello del primo: sistemare le note per il gusto di sistemarle, dimenticando che l’unico motivo per tenerle è produrre qualcosa.
In una parola, mi mancano i punti di sfogo.
Qui arriva la confessione che rende tutto questo leggermente comico. Mentre registravo l’appunto vocale in cui mi prescrivevo piccoli gesti convergenti, l’idea che mi ha acceso di più, sul finale, era un romanzo trasformato in videogioco, un mondo vivo di personaggi gestiti da agenti autonomi che generano storie per pura emergenza. Cioè la cosa più grande, più indefinita e meno consegnabile che la mia mente potesse inventare. Mi ero appena diagnosticato la malattia e sono ricaduto nello stesso respiro, con entusiasmo.
La cura, ormai lo sospetto, ha poco a che vedere con un sistema migliore. Ha a che vedere con un vincolo che porti dentro di sé un destinatario e una fine. La scadenza che un tempo ricevevo dai clienti adesso devo darmela da solo, ed è la cosa che mi riesce peggio.
Per questo l’unico modo onesto di chiudere è farlo davvero. Questo pezzo doveva restare un appunto vocale, l’ennesimo atomo gettato sul mucchio. Invece ha un lettore, ha una fine, e fra poco avrà un pulsante che lo pubblica. Per una volta il flusso ha smesso di ramificarsi ed è diventato un oggetto. Se lo state leggendo, il cerchio si è chiuso.
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